orge
Storie universitarie
Efabilandia
22.10.2025 |
7.375 |
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"Oh, quel gusto: mi invase la bocca, mi scese in gola, un'esplosione che mi mandò in estasi, il clitoride che pulsava al ritmo della musica, il desiderio di cazzo che mi travolgeva come un'onda,..."
Era una di quelle mattine di primavera inoltrata che ti avvolgono come un'amante pigra: l'aria fresca filtrava dalla finestra semiaperta, portando con sé il profumo umido dei gelsomini del cortile e il lontano ronzio del traffico cittadino, un sottofondo verde e luminoso che contrastava con il mio letto disfatto, lenzuola bianche aggrovigliate come serpenti sazi. Vivevo in quel palazzo decrepito vicino all'università, un alveare di studentesse chiacchierone e notti insonni, e le impalcature per la ristrutturazione si ergevano fuori dalla mia finestra come scheletri di metallo grigio, solcate da corpi maschili che si muovevano lenti sotto il sole tiepido.Io, bionda con ciocche ribelli che mi incorniciavano il viso solare – quel viso carino che fa voltare la gente per strada, con labbra carnose sempre pronte a un sorriso sfacciato o a un morso provocatorio – mi rigiravo nuda dalla vita in giù, solo una magliettina di cotone nero trasparente che mi sfiorava i capezzoli duri, e un corsetto di raso nero e metallo che mi strizzava la vita morbida, spingendo i seni pieni verso l'alto come un'offerta. Sotto, niente: le mutandine di pizzo – rosse, audaci – erano già da ore in borsetta, abbandonate lì insieme al mio pudore, come un rituale che mi faceva sentire viva, esposta. Il reggicalze teso mi fasciava le cosce morbide con nastri neri che tiravano quel tanto che basta per ricordarmi la mia troia interiore, quella che scalpita per essere liberata. Arturo, il mio dildo fucsia – liscio, spesso, venato come un desiderio represso – era sul comodino, pronto come un amante fedele.
Non avevo voglia di lezioni, solo di quel calore che mi saliva dal basso, un prurito insistente tra le gambe che mi faceva stringere le cosce. Le tapparelle socchiuse lasciavano filtrare strisce di luce dorata sul mio corpo pallido, macchie di sole che danzavano sui miei fianchi larghi, e l'aria fresca entrava a ondate, fresca e pulita, con un sentore di terra bagnata dalla pioggia notturna, mescolandosi al mio profumo dolce – vaniglia e muschio, quel lotion che mi spalmo dopo la doccia per sentirmi una preda invitante. Ma sotto, già, l'odore mio: umido, salato, di figa che si sveglia e chiede attenzione.
Accesi il telefono, e partì lei, la mia complice sonora: "Breathe" di The Prodigy, quel beat techno aggressivo e ipnotico che mi entra nelle vene come una droga, bassi profondi che vibrano nel petto, un ritmo che accelera il cuore e fa pulsare il clitoride. La musica riempì la stanza, un muro di suono che mi avvolse, facendomi sentire invincibile, troia in erba.
Mi sdraiai sul letto, gambe aperte verso la finestra, e la mia mano scivolò giù, dita leggere sul clitoride gonfio, quel bottoncino rosa e sensibile che sotto il tocco si indurì come una perla bagnata. Ansimavo piano all'inizio, ma la troia interiore voleva di più: amplificai i gemiti, li feci rotolare fuori come un invito, un "venite a prendermi" urlato nel silenzio della mattina. L'aria fresca mi accarezzava la pelle nuda, un contrasto delizioso con il calore che mi saliva dal basso, e fantasticavo su quei corpi laggiù – gambe forti, pantaloni sporchi di polvere, sudore che colava sotto le magliette grigie.
La mia figa si aprì, umida e calda, profumata di desiderio – quel sentore acre e dolce, come miele salato – e le dita affondarono dentro, due, poi tre, mentre con l'altra mano strizzavo un seno, il capezzolo che scattava tra pollice e indice, mandandomi scariche di piacere su per la spina dorsale. Il ritmo della musica mi guidava: un colpo per ogni beat, un gemito per ogni drop, e l'odore della mia eccitazione si diffuse nella stanza, misto all'aria primaverile, un cocktail che mi ubriacava.
Fu allora che lo sentii: un silenzio improvviso nel clangore delle impalcature, un'ombra che si fermò allo spiraglio della tapparella. Lui, il primo – un operaio poco oltre i quaranta, calvo con barba curata e folta, occhi scuri che mi trafiggevano – mi guardava, immobile, il suo corpo mezzo nascosto dal metallo grigio, ma abbastanza vicino da sentire il suo odore attraverso la finestra: sudore maschile, terroso, con un sottofondo di sigaretta e metallo caldo, ruvido come le sue mani grandi. Il mio cuore esplose, un misto di turbamento e trionfo – la fantasia che si materializzava, cruda e reale – ma la troia interiore rise, prese il comando.
"Ti piace quello che vedi?" dissi, la voce roca, le labbra carnose che si schiudevano in un sorriso malizioso, mentre mi alzavo in ginocchio sul letto, i nastri del reggicalze che tiravano la pelle morbida delle cosce.
"Molto," grugnì lui, la voce bassa e graffiante, e si spostò al centro della finestra, i piedi piantati sull'impalcatura, mostrandomi il rigonfiamento nei pantaloni – un cazzo che premeva contro il tessuto sporco, teso e pronto. La musica pulsava ancora, "Breathe" che saliva in crescendo, i bassi che mi facevano tremare le pareti interne, e io afferrai Arturo, quel fucsia vibrante contro la mia pelle chiara, lo strusciai sulla figa fradicia, lasciando una scia lucida di umori che colava giù, bagnando i nastri neri. "Perché non mi mostri il tuo cazzo? O hai paura di prendere freddo, qui con quest'aria fresca che ti accarezza le palle?" lo provocai, le parole che uscivano come lame dolci, il mio amore per il gioco verbale che mi eccitava quasi quanto il tocco.
Esitò un secondo, gli occhi che saettavano per controllare i colleghi – l'impalcatura un labirinto di travi grigie sotto il cielo azzurro, con macchie di sole che danzavano come flash – poi slacciò la cintura, tirò giù i pantaloni. Eccolo: un cazzo gonfio, venoso, la cappella viola scura che spuntava, spesso e curvo, con un odore che mi raggiunse subito attraverso la finestra aperta – muschiato, salato, con un velo di sudore fresco, maschile e primordiale, che mi fece contrarre la figa in spasmi di anticipazione. Salii sul tavolo da lavoro sotto la finestra, gambe aperte, il corsetto che mi stringeva il respiro, i seni che premevano contro il metallo freddo del bordo, e mi sporsi: la mia bocca carnosa lo avvolse, lenta all'inizio, la lingua che assaggiava la cappella – salato, leggermente amaro, con un retrogusto di pelle calda e pre-eiaculazione dolce, come un'ostrica viva.
Oh, quel gusto: mi invase la bocca, mi scese in gola, un'esplosione che mi mandò in estasi, il clitoride che pulsava al ritmo della musica, il desiderio di cazzo che mi travolgeva come un'onda, facendomi gemere intorno a lui, succhiando più a fondo, le labbra che si tendevano, la saliva che colava mista ai suoi umori. Lo ingoiai tutto, fino alle palle pelose che mi sfioravano il mento, sentendolo pulsare sulla lingua, duro e vivo, e ogni spinta della sua mano che lo guidava nella mia bocca mi apriva la figa, gocciolante, profumata di vaniglia e sesso, l'aria fresca che mi asciugava la pelle sudata.
"Ti fai scopare, signorina, o è solo un pompino da troia?" ringhiò lui, la voce che vibrava come i bassi della traccia che ora passava a "Firestarter", un fuoco elettronico che mi incendiava dentro.
"Prego, accomodati, signor operaio. La mia fighetta non vede l'ora di quel tuo cazzo ruvido," risposi, staccandomi con un pop umido, le labbra gonfie e lucide, e mi girai, mani al muro, culo in alto, i nastri del reggicalze che incorniciavano la mia figa rosa e aperta, esposta all'aria fresca che mi faceva rabbrividire di delizia.
Entrò dalla finestra come un'invasione: il suo corpo superiore si rivelò – spalle larghe tatuate di inchiostro sbiadito, petto ampio con una pancetta morbida che profumava di sapone economico e sudore onesto, barba che mi sfiorò il collo mentre la sua bocca catturava la mia in un bacio duro, tongues che duellavano, sapore di caffè amaro e fumo che si mescolava al mio di vaniglia e saliva dolce. Le sue mani ovunque: palpavano il mio culo morbido, strizzavano i seni attraverso il corsetto, l'anello metallico che mi mordeva la pelle, e con due dita ruvide – callose, terrose – mi penetrò, facendomi ansimare nel suo cazzo che strusciava sul mio clitoride gonfio, piccoli colpi che mi facevano vedere stelle. Di colpo mi girò, schiena al muro, una mano che mi teneva il polso alto, l'altra che pompava dentro di me, e il suo cazzo entrò – oh, dio, quel riempimento: spesso, caldo, che mi stirava le pareti, un'onda di piacere che mi fece urlare, il sapore del suo sudore che mi colava sulla lingua mentre lo leccavo dal collo. Pompava a mille, il ritmo della musica che ci sincronizzava, "Firestarter" che esplodeva nei miei timpani, e le mie urla – urla da troia, libere e selvagge – richiamarono l'altro.
Lo vidi da uno spiraglio: in ginocchio sull'impalcatura, occhi spalancati, un ragazzo più giovane, alto e barbuto, capelli rasati, corpo atletico sotto la maglietta grigia, il suo cazzo già duro che premeva contro i jeans. Il padre – perché era lui, lo capii dal ghigno complice – rallentò, mi prese tra le braccia da dietro, il suo cazzo ancora mezzo dentro di me, e mi presentò: "La signorina ci regala una pausa deliziosa. Che ne dici, figliolo? In team si lavora meglio." Le sue dita nella mia bocca, salate di umori miei, mentre con l'altra mi titillava i capezzoli, e il suo cazzo strusciava tra culo e figa, tenendomi sul filo del piacere interrotto.
Io, estasiata, succhiai quelle dita come un cazzo, la troia interiore che straripava, e alzai le mani verso il ragazzo, che entrò a fatica dalla finestra, il suo odore più fresco – colonia legnosa mista a sudore giovane – che mi avvolse come una promessa. Si spogliò rapido, rivelando un cazzo lungo, dritto, cappella rosata che mi fece leccare le labbra: "Efficienza operaia, eh?" ridacchiai, ma lui mi zittì con un bacio, mani che slacciavano la cintura, e il padre si allontanò, nudo e sudato, petto che luccicava di gocce, "Prendo fiato, ragazzo. Goditi la brioche. Poi finiamo insieme, signorina," e sparì in corridoio, lasciandomi con il figlio che mi girava di schiena, una mano sul mio orecchio che leccava, l'altra sul clitoride che sgrillettava veloce. "Troietta, più che signorina," sussurrò, e mi sbatté dentro – oh, quel cazzo giovane, liscio e insistente, che mi riempì fino in fondo, un'estasi che mi fece inarcare, il desiderio di cazzo che mi consumava, mi faceva gemere "Sì, scopami, fammi sentire troia!"
Lo spinsi sul tavolo, lo inchiodai con la bocca – gusto diverso, più dolce, meno amaro, pre-eiaculazione che mi scivolava in gola come nettare – succhiando a ritmo, avanti e indietro, sbavando, la figa che pulsava vuota, fino a quando mani ruvide – del padre, tornato silenzioso – mi sollevarono i fianchi, palpando il culo, schiaffeggiandolo piano, e il suo cazzo mi sfregò i glutei prima di affondare dentro. "Padre e figlio, sorpresa?" chiesi, la voce strozzata dal cazzo in bocca, e lui rise: "Piacevolissima, no?" Mi scoparono così, doppio ritmo – bocca piena, figa sfondata, il sapore del giovane che mi invadeva la lingua, il padre che mi sbatteva con grugniti animaleschi, odori che si mescolavano: sudore acre, umori miei dolci e salati, aria fresca che entrava portando il profumo dei fiori, la musica che ora era "Out of Space", un trip cosmico che mi portava oltre.
L'orgasmo arrivò come un'esplosione: le dita del ragazzo sul mio clitoride, il padre che mi sbatteva dentro, il cazzo in bocca che pulsava – urlai intorno a lui, il corpo che si contraeva in spasmi violenti, pareti che stringevano il cazzo paterno in un morso bagnato, umori che schizzavano giù per le cosce, un piacere che mi squassava dal basso, ondate di estasi che mi facevano vedere nero, il cuore che batteva al ritmo techno, la troia interiore che ruggiva vittoriosa.
Mi girarono, mi riempirono da entrambi i lati – bocca, figa, mani ovunque – e vennero quasi insieme: sborra calda sul viso, salata e densa che mi colava dalle labbra carnose, sulla schiena, marchiandomi come loro. Sfinita, mi buttai sul letto, il corsetto slacciato che mi lasciava respirare, l'aria fresca che asciugava il sudore, profumata di sesso e primavera.
Si rivestirono piano, rifiutando la doccia – "Vogliamo tenere il tuo odore addosso, signorina" – e il padre mi leccò la figa esausta, un ultimo sapore di umori misti, poi mi baciò profondo, lingua che mi rubava l'ultimo gemito. Il figlio strizzò un seno, sussurrò: "Pompino da troia stellare." Sparirono dalla finestra, corpi che svanivano nel grigio delle impalcature, lasciandomi stordita, sfatta, la figa che pulsava ancora, il desiderio che non si spegneva – troia fino al midollo, con la musica che sfuma in eco, pensavo già al giorno dopo, a quelle impalcature, a quei corpi che magari tornano, e io qui, mutandine in borsetta, pronta a riaprire la finestra, a urlare il mio invito nel vento fresco.
#Skilem
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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